Nel Settembre del 2000, all'alba del nuovo millennio, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, allora composta da 189 membri, adotta la Dichiarazione del Millennio.
I leader mondiali, come affermato dal secondo articolo della Dichiarazione stessa, riconoscono in prima persona “che, oltre alle nostre personali responsabilità verso le rispettive società di appartenenza, condividiamo una responsabilità collettiva nell'affermare i principi della dignità umana, dell'uguaglianza e dell'equità a livello globale. In qualità di leader, pertanto, abbiamo un dovere verso tutti i popoli del pianeta, specialmente quelli più vulnerabili, e, in particolare, verso i bambini del mondo intero, ai quali appartiene il futuro”.
Riaffermando gli scopi ed i principi contenuti nello Statuto delle Nazioni Unite del 1945, ai quali si riconosce un valore universale che va al di là del tempo, i leader rinnovano il loro impegno alla costruzione di “una pace giusta e duratura in tutto il mondo”, convogliando tutti gli sforzi necessari “ad affermare la sovrana eguaglianza di tutti gli Stati, il rispetto della loro integrità territoriale e indipendenza politica, la soluzione delle controversie con mezzi pacifici e in conformità con i principi della giustizia e del diritto internazionale, il diritto all'autodeterminazione dei popoli che rimangono sotto il dominio coloniale e l'occupazione straniera, la non interferenza negli affari interni degli altri Stati, il rispetto per i diritti umani e le libertà fondamentali, il rispetto per l'uguaglianza dei diritti di tutti senza distinzioni di razza, sesso, lingua o religione e per la cooperazione internazionale nel risolvere i problemi internazionali di carattere economico, sociale, culturale o umanitario”.
La Dichiarazione riconosce la necessità e l'importanza di un intervento che tenda alla progressiva armonizzazione della situazione globale del pianeta, visto anche che “nazioni e popoli sono diventati sempre più interconnessi ed interdipendenti”.
A tale proposito risaltano in modo particolare le parole che compongono l'articolo 5 della Dichiarazione: “Noi reputiamo che la sfida che abbiamo oggi di fronte sia quella di garantire che la globalizzazione diventi una forza positiva per tutti i popoli del pianeta. Perché anche se la globalizzazione offre grandi opportunità, al presente i suoi benefici sono ripartiti in maniera decisamente disuguale, alla stessa stregua dei suoi costi”.
Si auspicano perciò interventi a livello globale che prevedano politiche e misure rispondenti “alle esigenze dei paesi in via di sviluppo e delle economie in transizione, e che siano formulate e realizzate con la loro effettiva partecipazione”.
Nella Dichiarazione si selezionano poi le principali aree di intervento ed i valori fondamentali di libertà, uguaglianza, solidarietà, tolleranza, rispetto per la natura e responsabilità condivisa a cui tali interventi devono essere ispirati.
Si richiede piena assunzione di responsabilità da parte di tutti gli attori coinvolti, affinché i governi dei paesi in via di sviluppo si impegnino a promuovere riforme e combattere per contrastare la corruzione interna, ed i governi dei paesi ricchi si impegnino ad incrementare l'aiuto pubblico allo sviluppo, tenendo come obiettivo la quota dello 0,7% del PIL, a migliorare la qualità degli aiuti, eliminare distorsioni e promuovere la cancellazione del debito.
Per sensibilizzare l'opinione pubblica sull'importanza di questo accordo e per stringere i governi attorno agli impegni assunti, l'allora Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, ha lanciato nel 2002 la Campagna del Millennio “No Excuse 2015”, con lo scopo di promuovere il raggiungimento di otto obiettivi concreti e strategici entro l'anno 2015.